Spegnere la televisione?
Umberto Berardo
26 Gennaio 2010 14:01
Quando è nata nel
La programmazione televisiva ha raggiunto a nostro avviso una certa maturità quando è riuscita, al di là dei dati di audience, a creare trasmissioni fondate su forti elementi culturali e sociali legati agl’interessi ed alle necessità della popolazione; allora abbiamo avuto ricerca culturale, spettacoli teatrali, concerti musicali di ampio livello, grande cinema, confronto su temi sociali affidato ad esperti qualificati a confronto con il grande pubblico. Siamo giunti addirittura a creare momenti in cui in televisione vi è stato qualche tentativo anche abbastanza riuscito di comunicazione interattiva con il coinvolgimento diretto degli spettatori. Da anni ormai, soprattutto con l’avvento della TV commerciale, i programmi televisivi, dovendo finanziarsi prevalentemente con la pubblicità, puntano solo alla ricerca dell’audience ed allora vanno a solleticare gl’istinti più bassi dello spettatore dandogli l’illusione di essere protagonista attraverso comparse momentanee spesso ricercate anche a pagamento per portare sullo schermo realtà di cui una volta ci si vergognava e che oggi si propongono in maniera goffa, approssimativa e perfino volgare presentandole come nuovi modelli culturali suggeriti all’opinione pubblica.
Le voci che ricercano e raccontano verità sono sempre meno numerose, mentre finiscono per prevalere quelle che riportano finzioni capaci di procurare business. È questo il mondo dei reality, delle trasmissioni d’intrattenimento, dei talk show, delle fiction, in cui non passano solo taluni modelli di vita assolutamente inaccettabili dal punto di vista etico, ma si manda in onda purtroppo solo la banalità o il trash. Così gli ascolti diventano l’unico metro di valutazione della bontà di un programma e consacrano trasmissioni come Il Grande Fratello, Amici, Affari Tuoi e via di questo passo. Quando poi il numero degli spettatori scende, basta aumentare le risse verbali, condendole con un po’ di linguaggio insaporito di volgarità, presentare episodi capaci di suscitare lacrime e commozione, far riferimento a sesso e trasgressione ed il gioco è fatto! Tutto diventa un teatrino grottesco in cui registi, commedianti e comparse sono quasi sempre gli stessi e dove l’omologazione al pensiero unico dominante toglie subdolamente e progressivamente ogni dissenso per far passare le logiche dei potenti di turno. Nel mercato truccato e quindi non libero della comunicazione chi non è inquadrato nell’orbita del potere o al limite della pseudo opposizione allo stesso è fuori semplicemente dalla possibilità di esprimersi, perché un pensiero libero e fuori dagli schemi non è naturalmente tollerato. L’immagine di donna o di uomo che si trasmette non è più quella che conosciamo nella realtà, ma un’altra interamente costruita su ruoli letteralmente inventati, quali quelli di velina, escort, intrattenitore, soggetto immagine, il cui volto definitivo è quello del cerone o dell’esaltazione dell’aspetto fisico neppure naturale, ma uscito dal bisturi del chirurgo.
Sul piano dell’informazione a prevalere è sempre la rappresentazione della realtà negativa intorno a noi, quasi a rifiutarsi di essere testimoni del bene e di quelli che lo promuovono; è per questo che in video abbiamo prevalentemente testimoni di scandali o soggetti che nei comportamenti di estremo squallore rispecchiano disvalori apocalittici presentati come normalità di vita. Perfino nella pubblicità si lasciano passare spot talmente negativi che sembrano costruiti per alimentare bullismo, alcolismo o trasgressioni di ogni tipo. Non possiamo ancora dimenticare che attraverso film e telefilm passa una forma di violenza subdola e gratuita che perfino in fasce orarie protette permea anche le menti di giovanissimi spettatori che spesso in casa non hanno alcun filtro protettivo al riguardo. D’altronde cos’altro ci si può aspettare da emittenti televisive che ormai, sempre più dipendenti da potentati economici e politici, hanno perso quasi per intero la loro libertà d’informazione ed il ruolo di controllo rispetto a chi detiene il potere? Un nostro amico abbastanza avanti negli anni ci dice che non gli succede di dormire così saporitamente come sulla poltrona dopo aver acceso la televisione. Purtroppo questa non è solo il sonnifero per la siesta pomeridiana o per le serate invernali davanti al caminetto, ma rischia di diventare un forte elemento narcotizzatore soprattutto per le tante menti non educate allo spirito critico e capaci di cercarsi altri canali d’informazione e d’intrattenimento. Nei disastrati palinsesti ci sono perfino programmi che pretendono di assolvere a ruoli di natura politica o di elaborazione culturale, ma si riducono a teatrini di scontri verbali con i soliti volti più o meno conosciuti.
Non mancano operatori dell’informazione che “inventano” le notizie, nel senso che trovano tutte le tecniche per portare l’attenzione dello spettatore-consumatore su questioni lontane anni luce dai problemi reali della vita di tutti i giorni e dal dibattito sulle soluzioni possibili agli stessi. A tali addetti alla programmazione non interressa ovviamente far crescere una cittadinanza attiva, ma unicamente attrarre clienti davanti allo schermo. Certo non vogliamo fare di ogni erba un fascio, perché ci sono anche trasmissioni di grande valore, ma lo scadimento dei programmi televisivi è sotto gli occhi di tutti e molto probabilmente è lo specchio della crisi culturale in atto intorno a noi. Se questo discorso è valido per le reti nazionali, lo è ancora di più per le emittenti locali che alla dipendenza economica e politica aggiungono carenza di mezzi e di operatori qualificati. Una cosa a noi sembra certa: da una televisione come quella che abbiamo non verrà un futuro decente per le giovani generazioni sul piano della ricchezza culturale ed esistenziale.
Un problema ulteriore è che sia la scuola che la famiglia hanno ormai abdicato al proprio ruolo che è quello di educare i giovani ad un uso intelligente dello strumento di comunicazione di cui ci stiamo occupando e lo stesso avviene anche nei confronti della rete web, la cui anarchia pressoché totale rischia di creare davvero gravi danni. C’è chi di fronte ad una televisione sempre più povera sul piano tecnico e contenutistico sceglie semplicemente di spegnerla, ma se tale atteggiamento può avere valore a livello personale, non lo ha allo stesso modo sul piano collettivo, giacché per molti essa rimane ancora l’unico strumento d’informazione e d’intrattenimento. Si pone, dunque, il problema di liberarla dal potere economico e politico, affidandola alla creatività di persone preparate, così come c’è la necessità di educare tutti ad un uso critico e razionale della stessa. Canali tematici in grado di dare libertà di scelta al pubblico crediamo siano il primo elemento per dare una nuova struttura al sistema delle trasmissioni.
Un secondo fattore innovativo è certamente il pluralismo informativo giocato sulla valenza della notizia e su commenti differenziati rispetto ad essa. Allargare il numero delle emittenti con programmazioni molto diversificate è ancora un modo per garantire ricchezza e varietà nelle trasmissioni. Infine la raffigurazione della realtà e dell’esistenza dovrebbe sempre avvenire rappresentandone tutta la complessità e nel rispetto della verità che mai deve essere assoggettata ad interessi di parte. Difficile? Noi non lo crediamo. Basta operare con onestà intellettuale.
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