Dietro le quinte con Mario Farina
Elisabetta Esposito
26 Gennaio 2010 14:01
Porte che si aprono e porte che si chiudono. Anche questo è il teatro. E questo è Se devi dire una bugia dilla grossa, la farsa di Ray Cooney portata in scena ad Isernia dalla compagnia locale “Le Maschere Nude”. La commedia è ambientata in un albergo di lusso, dove il gioco delle porte ha facile presa, e dove l'incalzare della trama è denso d'equivoci e colpi di scena sempre più fitti. Le situazioni sono al limite del paradossale: l'albergo, la tresca tra un politico in vista e una procace segretaria, l'equivoco messo in atto dal portaborse dell'onorevole e poi le porte, tante ed affollatissime, che favoriscono coincidenze e intrecci. "Il testo - spiega il direttore artistico Mario Farina - deve molto alla commedia francese; è infatti una commedia che si trasforma in farsa esilarante dopo pochi minuti". Una pochade alla francese insomma, questa farsa di Cooney, scritta usando tutti i trucchi, i colpi di scena, le gags, gli effetti speciali, gli equivoci, i battibecchi, i rossori, gli spaventi, gli armadi, gli accappatoi e le vestaglie del teatro nato per far ridere pur specchiandosi nei vizi e nelle ipocrisie della società che ci circonda.
Com'è difficile, infatti, tradire la moglie quando si è personaggi in vista, quando il tradimento si deve consumare in un albergo affollato e frequentatissimo e quando ci si mettono le coincidenze e gli intrecci. Per venirne a capo niente è più efficace e più divertente, di una grossa bugia, forse troppo grossa. Come recita il titolo stesso: Se devi dire una bugia, dilla grossa. Gli ingredienti per coinvolgere il pubblico, quindi, ci sono tutti. Ingredienti che Ray Cooney ha sapientemente miscelato per realizzare, da par suo, uno degli spettacoli comici più rappresentati in Europa. E se l’autore non ha fatto economia di elementi del teatro della risata, altrettanto hanno fatto gli attori delle Maschere Nude nello scenario di via Berta, perché la comicità non è altro che un mosaico di trucchi ben assortiti. Trucchi e trovate, però, destinate a durare fino a quando la farsa finisce, e la bugia, come spesso anche nella realtà, giunge al capolinea. Il regista Mario Farina, nell'ambito della kermesse teatrale di Teatro e Solidarietà che ha festeggiato la decima edizione con la 10ª Rassegna di teatro Amatoriale- 6° Festival Nazionale dedicato a Sabino D’Acunto ci conduce dietro le quinte di questo spettacolo. Con umiltà ed eleganza racconta la sua esperienza da capocomico di questa compagnia che nel 1980 entra a far parte della FITA.
In realtà “Le Maschere Nude” ha una storia che parte da lontano esatto?
Si, dal lontano 1975, quando nasce sotto il nome di “Il Sipario”.
Lei è un regista e attore poliedrico che passa dal teatro classico alla commedia, ma come si prepara per interpretare un personaggio?
Ho avuto un ottimo maestro. Sono nato sotto la scuola di Sbragia, che interpretò con stile e duttilità incomparabili la maggior parte delle più celebri opere del repertorio teatrale classico e moderno. Con lui ho imparato ad utilizzare il metodo Stanislavskij che si basa sull'approfondimento psicologico del personaggio, sulla esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo.
Ci sono esercizi specifici per “entrare nel personaggio”?
Certo. Esercizi di mimesi, di immedesimazione e di straniamento che utilizzano soprattutto le tecniche dello psicodramma. E poi gli esercizi di concentrazione impediscono che fattori esterni, come per esempio la presenza del pubblico, distolgano l’attenzione dell’attore.
Parliamo di questa commedia di Ray Cooney. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Ray Cooney è un contemporaneo. In Italia, questa edizione della commedia, ebbe come primo protagonista Johnny Dorelli in coppia al Parioli con un'affiatatissima Gloria Guida a cui io ebbi modo di assistere. Fu uno spettacolo che mi affascinò da subito. E poi c'è da aggiungere che Cooney è un maestro di intrecci efficaci, costruiti su accadimenti della vita quotidiana. Situazioni esilaranti quindi, ma soprattutto, “vere”, giocate essenzialmente su ritmi incalzanti. Di questa commedia, posso dire che ci ha coinvolto proprio questo: la difficoltà dei ritmi e dei sincronismi. Tutto si basa sulla gestione dello spazio e del tempo.
Un elemento chiave di questo spettacolo è senza dubbio l'ambientazione. È stato complesso ricrearne la scenografia?
La scenografia di questo lavoro ci è costata un grosso impegno tecnico e di bilanciamento. Ci sono due scene che girano su ruote e aperture e chiusure che fanno da spettacolo. La nostra sfida è stata appunto questa: riuscire a semplificare elementi complessi, restando comunque attinenti ai ritmi esigenti della commedia.
Per quanto riguarda la rassegna Teatro e Solidarietà: pensa che dedicare tali serate in beneficenza riuscirà a trasmettere a queste iniziative maggiore visibilità e risonanza all'interno della nostra piccola realtà?
Me lo auguro. La manifestazione è stata organizzata dalla Provincia di Isernia in collaborazione con la Federazione Italiana Teatro Amatori allo scopo proprio di trasformarsi in momento fondamentale di incontro e confronto tra Provincia, mondo del volontariato e mondo del teatro. Il fine della rassegna quindi è un fine nobile, che si propone di sostenere le associazioni, devolvendo gli incassi degli spettacoli a tutti i soggetti che operano nel volontariato e in favore delle associazioni attive sul territorio provinciale. Alla chiusura di ogni spettacolo tra l'altro, invito sul palco i presidenti delle varie associazioni dando modo di poterci illustrare il loro operato.
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